Dalla Campagna di Vicenza al Paese del Sol Levante: la straordinaria avventura di uno dei pionieri della fotografia commerciale mondiale.
Nella storia della grande diaspora veneta, non tutti gli emigranti hanno varcato gli oceani con la pala o il piccone. Alcuni hanno portato con sé uno spirito d'avventura fuori dal comune, spirito imprenditoriale e un occhio artistico capace di catturare l'essenza di mondi lontani. È il caso di Adolfo Farsari, nato a Vicenza l'11 agosto 1841, una delle figure più affascinanti e al contempo dimenticate dell'emigrazione veneta dell'Ottocento.
Un'anima irrequieta: dall'Italia agli Stati Uniti
Nato in una famiglia della buona borghesia vicentina, Farsari dimostrò fin da giovane un'indole ribelle e poco incline alle convenzioni dell'epoca. Nel 1863, a soli ventidue anni, decise di lasciare l'Italia alla volta degli Stati Uniti.
Giunto in America nel pieno della Guerra di Secessione, si arruolò nel 11° Reggimento Cavalleria dell'Unione della Pennsylvania. Questa esperienza non solo ne temprò il carattere, ma gli permise di assorbire il pragmatico spirito d'impresa americano e di ottenere la cittadinanza statunitense. Ma la sua sete di conoscenza era ben lontana dall'essere appagata.
L'arrivo in Giappone e la nascita del «Farsari & Co.»
Nel 1873 Farsari salpò per il Giappone, stabilendosi a Yokohama. Erano gli anni del periodo Meiji (1868-1912), un'epoca di frenetica modernizzazione in cui il paese, rimasto isolato dal resto del mondo per oltre due secoli, riapriva finalmente i suoi confini all'Occidente.
Dopo essersi cimentato nell'editoria e nel commercio di carte e guide per viaggiatori, Farsari intuì il potenziale di una nuova arte: la fotografia. Pur da autodidatta, apprese rapidamente le tecniche dell'epoca e nel 1885 acquisì lo studio fotografico di Franz Stillfried, fondando la celebre A. Farsari & Co.
L'arte del colore: l'incontro tra fotografia occidentale e maestria giapponese
Ciò che rese lo studio Farsari leggendario in tutto il mondo fu la straordinaria qualità delle sue immagini, caratterizzate da una minuziosa colorazione a mano. Farsari ebbe l'intuizione di ingaggiare i migliori pittori e artigiani locali — eredi della grande tradizione delle stampe ukiyo-e — applicando i loro pigmenti e la loro sensibilità artistica ai negativi fotografici.
Le sue vedute di templi, paesaggi naturali e i suoi celebri ritratti di geishe, samurai e scene di vita quotidiana diventarono preziosi oggetti da collezione per i diplomatici, i mercanti e i primi turisti occidentali dell'epoca.
Un'eredità immortale
Nonostante un rovinoso incendio che nel 1886 distrusse il suo studio e gran parte dei suoi negativi, Farsari non si perse d'animo: intraprese un viaggio di cinque mesi attraverso tutto il Giappone per ri-fotografare i luoghi più iconici del Paese, consolidando il suo successo.
Adolfo Farsari rientrò in Italia nel 1890, ritirandosi nella sua amata Vicenza, dove morì nel 1898. Oggi le sue opere sono conservate nei più importanti musei del mondo, dal Victoria and Albert Museum di Londra al Metropolitan Museum of Art di New York, testimoniando come la creatività e la determinazione di un emigrante veneto abbiano contribuito a plasmare l'immaginario visivo del Giappone nel mondo.

