Tra il 1875 e i primi anni del Novecento una larga parte degli italiani arrivati in Brasile veniva dalle campagne venete. Il loro mestiere era quello di sempre, ma in condizioni del tutto nuove: foresta da abbattere, lotti da pagare, piantagioni di caffè.
LA PARTENZA DALLE CAMPAGNE
La grande emigrazione verso il Brasile iniziò nel 1875 e proseguì fino alla prima guerra mondiale: in quel periodo entrarono nel Paese circa 1 milione e 300 mila italiani. Una quota consistente proveniva dal Veneto, dove la crisi agraria di fine Ottocento lasciava a molte famiglie contadine poche prospettive. Il Brasile cercava manodopera europea e offriva terra, e "la Merica" divenne per molti il nome di una possibilità di riscatto.
LE PROVINCE DI ORIGINE
Gli studi indicano come aree di partenza le province di Belluno, Treviso, Vicenza, Padova, Verona e Rovigo. Secondo lo storico Emilio Franzina, autore di La grande emigrazione, furono le province di Belluno, Treviso e Vicenza, insieme a quella di Udine, a fornire la parte più consistente dei flussi transoceanici. Anche le altre province venete ebbero un ruolo: dalla provincia di Rovigo, per esempio, famiglie del comune di Bergantino raggiunsero già dal giugno 1887 le fazendas di caffè della zona di Franca, nello stato di San Paolo.
LE COLONIE DEL SUD
I primi flussi si diressero verso gli stati di Rio Grande do Sul, Santa Catarina, Paraná ed Espírito Santo. Nel Rio Grande do Sul i governi destinarono agli immigrati italiani alcune aree montuose e boscose, nell'altopiano noto come Serra Gaúcha, dove sorsero colonie come Caxias do Sul (1875). Tra il 1875 e il 1914 vi arrivarono circa 100 mila italiani, in maggioranza veneti. Erano contadini, ma anche artigiani e braccianti, spesso analfabeti e parlanti solo dialetto.
Il lavoro cominciava con il disboscamento. I coloni abbattevano e bruciavano la foresta per ricavare terreni da coltivare, e solo in un secondo tempo costruivano case e strade. I lotti non erano un dono: venivano assegnati a pagamento, e le famiglie dovevano ripagare il debito con i raccolti. Con il tempo l'agricoltura si consolidò e nella Serra Gaúcha si affermò la viticoltura, che ancora oggi caratterizza l'area.
LE FAZENDAS DI CAFFÈ
Un'altra parte degli emigrati si diresse verso gli stati di São Paulo, Minas Gerais e Rio de Janeiro, dove l'abolizione della schiavitù, nel 1888, aveva aumentato la richiesta di lavoratori per le piantagioni di caffè. Qui i contadini veneti lavoravano come salariati o in regime di colonato, alle dipendenze dei fazendeiros, senza la possibilità di diventare proprietari della terra che coltivavano.
I COGNOMI
Le radici venete sono ancora riconoscibili nei cognomi dei discendenti. Tra quelli di origine veneta che ricorrono nelle comunità del Sud del Brasile si possono citare Zanella, Dal Pizzol, Dall'Agnol, Bortolini, Tormen, Fontana, Zanon, Tonet, De Bortoli e Dal Bó. Spesso la grafia si è modificata nel passaggio al portoghese: le doppie, gli apostrofi e le particelle come "Dal" o "De" sono state talvolta alterate o fuse.
UNA COMUNITÀ CHE RESTA
Nei nuclei agricoli del Sud, le famiglie provenienti da diverse zone del Veneto si trovarono a vivere insieme, e dai loro dialetti si formò una koiné veneta, il talian, ancora parlato in alcune comunità. Il filò, la serata trascorsa insieme nelle stalle o nelle case, si trasformò in uno spazio dove ricordare la terra lasciata. Alcune località brasiliane portano ancora il nome di città venete, come Nova Pádua, Nova Bassano e Nova Venécia. Oggi in Brasile si stimano circa 32 milioni di discendenti di italiani.

