Un viaggio nel tempo attraverso le sale del Museo dell’Emigrazione Veneta per riscoprire le rotte, le fatiche e la trasformazione del viaggio migratorio tra l’Ottocento e il secondo dopoguerra.
Muoversi oggi verso un altro paese o continente è un’esperienza rapida, alla portata di un click e assistita dalla tecnologia. Ma come si svolgeva il viaggio di un emigrante veneto un tempo? Quali erano le differenze tra chi partiva per pochi mesi e chi dava l’addio definitivo alla propria terra?
Un nuovo percorso di approfondimento del MEV – Museo dell’Emigrazione Veneta invita visitatori e lettori a esplorare l'evoluzione del viaggio migratorio, distinguendo tra due grandi modalità: l'emigrazione temporanea e quella permanente.
L’emigrazione temporanea: un cammino familiare e stagionale
Per molti lavoratori veneti — specialmente delle aree montane come il Bellunese, il Cadore, l'Agordino e lo Zoldano — la partenza non era un salto nell'ignoto, ma un ritmo di vita consolidato. La partenza avveniva in primavera e il ritorno in autunno, dopo circa otto o nove mesi complessivi di lavoro e un paio di settimane di viaggio.
- A piedi e in piccoli gruppi: fino alla metà dell’Ottocento si partiva a piedi verso l'Austria, la Germania e la Mitteleuropa, portando zaini, gerle o casse sulle spalle, talvolta accompagnati da muli. Si viaggiava insieme a parenti o compaesani lungo percorsi noti e tramandati di generazione in generazione.
- Mestieri itineranti: per figure iconiche come i seggiolai, i gelatieri o le cròmere (le celebri venditrici ambulanti bellunesi), il viaggio era la professione stessa. Basti pensare che le cròmere raggiunsero in treno la Svizzera fino agli anni Sessanta e Settanta del Novecento, condividendo basi operative e magazzini da cui muoversi sul territorio.
- L’era della ferrovia e l'espressione «'ndar a l’esempon»: con l'arrivo delle strade ferrate, gran parte del tragitto iniziò a svolgersi in treno. Questa rivoluzione fu resa possibile anche dal lavoro degli stessi emigrati, gli esamponèr (termine derivato dal tedesco Eisenbahn), da cui nacque nel dialetto veneto la nota espressione «'ndar a l’esempon» come sinonimo di emigrazione.
L’emigrazione permanente: il grande salto nel buio
Se il viaggio stagionale faceva parte di una routine pianificata, le partenze di massa verso le Americhe tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento rappresentarono una frattura totale. Intere famiglie di contadini, spesso analfabeti e parlanti unicamente il dialetto locale, lasciarono per la prima volta le proprie case con una conoscenza pressoché nulla della destinazione.
- Oltre quaranta giorni sull'oceano: per imbarcarsi a Genova, Napoli, Trieste, Marsiglia o Le Havre, bisognava prima raggiungere i porti con ogni mezzo. La traversata atlantica verso il Brasile o l'Argentina durava oltre quaranta giorni in terze classi sovraffollate, ricavate da piroscafi usati per le merci, tra condizioni igieniche precarie, epidemie e un'altissima mortalità infantile.
- L'arrivo nelle terre selvagge: lo sbarco nel Nuovo Mondo non segnava la fine delle traversie. Seguivano interminabili trasferimenti verso l'interno, tra strade fangose, giungle e promesse non mantenute, come testimoniato dalle lettere dell'epoca (tra cui la toccante missiva di Francesco Costantin da Colonia Angelica in Brasile, che ricordava come delle promesse fatte in patria non ne fosse vera «neppure la decima parte»).
Il Novecento: tra moderna consapevolezza e nuove durezze
Con l'evoluzione tecnologica e l'alfabetizzazione, l'esperienza del viaggio cambiò gradualmente:
- I grandi transatlantici degli anni '20: la traversata scese sotto i quindici giorni e migliorò il comfort di bordo. I viaggiatori, ora in grado di leggere e informati dalle lettere dei parenti o dalla scuola, vivevano il viaggio anche come un'avventura ricca di suggestioni, dall'emozione del passaggio dell'Equatore agli scali esotici come Aden o Zanzibar sulla rotta per l'Australia.
- Le ombre del secondo dopoguerra: il progresso non cancellò del tutto le durezze. Mentre in Canada si affrontavano giorni di auto dal porto di Halifax alla British Columbia, l'emigrazione verso le miniere del Belgio negli anni Cinquanta rappresentò un'esperienza traumatica per molti. I lavoratori viaggiavano su "treni speciali" con vagoni sigillati, sottoposti a rigidi controlli e senza la possibilità di scendere durante le fermate.
Scopri la storia al MEV
Le fatiche, i ritagli di giornale, le valigie di cartone e le lettere originali dei nostri emigrati vi aspettano al Museo dell’Emigrazione Veneta per un viaggio nella memoria che aiuta a comprendere meglio il presente.

