Mattmark, 30 agosto 1965: la tragedia del ghiaccio e il sacrificio dei lavoratori veneti

30 Ago 2026

Diciassette lavoratori della provincia di Belluno morirono sotto il ghiaccio del ghiacciaio Allalin. Erano emigranti, uomini del lavoro e della speranza. Il loro sacrificio appartiene alla storia dell’emigrazione veneta e alla memoria del nostro Paese.

Il 30 agosto 1965, alle ore 17.15, una gigantesca massa di ghiaccio e detriti si staccò dal ghiacciaio dell’Allalin, nel Canton Vallese, in Svizzera. Circa due milioni di metri cubi precipitarono verso il fondovalle e investirono il cantiere della diga di Mattmark, travolgendo baracche, officine e luoghi di lavoro.

In pochi drammatici secondi, 88 lavoratori persero la vita. Cinquantasei erano italiani. Tra loro, ben 17 provenivano dalla provincia di Belluno, facendo del Bellunese il territorio italiano più colpito dalla tragedia.

Mattmark è una delle pagine più dolorose della storia dell'emigrazione italiana del secondo dopoguerra. È una storia che parla di lavoro, di sacrificio e di speranza, ma anche di sicurezza, responsabilità e giustizia. Una storia che il Museo dell'Emigrazione Veneta conserva e racconta perché, dietro ogni numero, ci sono persone, famiglie e comunità.

Emigrare per costruire un futuro

Negli anni Sessanta l'Italia stava vivendo il boom economico, ma molte aree del Paese continuavano a conoscere condizioni di vita difficili e opportunità di lavoro insufficienti. Dal Veneto, e in particolare dalle vallate bellunesi, migliaia di uomini partivano verso la Svizzera, la Germania, il Belgio, la Francia e altri Paesi europei.

Partire significava lasciare la propria casa, la famiglia e la propria comunità per cercare un salario e una prospettiva di vita migliore.

Anche il cantiere di Mattmark rappresentava questa promessa. A oltre duemila metri di quota, centinaia di lavoratori erano impegnati nella costruzione di una grande diga destinata alla produzione di energia idroelettrica. Era una delle grandi opere simbolo della fiducia nel progresso e nella capacità dell'uomo di trasformare la montagna.

Ma proprio quella montagna, il 30 agosto 1965, si trasformò in una forza devastante.

Le 17 vittime bellunesi

Il ghiaccio non cancellò soltanto 88 vite: colpì profondamente decine di comunità, lasciando famiglie senza figli, mariti, fratelli e padri.

I 17 lavoratori bellunesi morti a Mattmark provenivano da diversi comuni della provincia:

  • Fiorenzo Ciotti, Pietro Lesana ed Enzo Tabacchi, di Pieve di Cadore;
  • Giovanni Baracco, Leo Coffen, Igino Fedon, Ilio Pinazza e Rubelio Pinazza, di Domegge di Cadore;
  • Arrigo De Michiel, di Lorenzago di Cadore;
  • Silvio Da Rin, di Vigo di Cadore;
  • Celestino Da Rech, Giovanni Zasio e Mario Fabbiane, di Sedico;
  • Giancarlo Acquis, di Belluno;
  • Aldo Casal, di Sospirolo;
  • Lino D'Ambros, di Seren del Grappa;
  • Virginio Dal Borgo, di Pieve d'Alpago.

Diciassette nomi. Diciassette storie personali. Diciassette famiglie che, nell'estate del 1965, furono improvvisamente private dei propri cari.

Per questo ricordare Mattmark significa innanzitutto restituire un nome alle vittime. La memoria non è fatta soltanto di statistiche: è fatta di volti e di biografie.

La montagna, il ghiaccio e una tragedia annunciata

La dinamica della catastrofe fu impressionante. Il ghiacciaio dell'Allalin incombeva sul cantiere e, secondo le testimonianze raccolte negli anni successivi, fenomeni di caduta di ghiaccio erano già stati osservati.

Le strutture destinate agli operai si trovavano nella zona investita dalla massa glaciale. Quando il distacco avvenne, la velocità e la potenza della massa di ghiaccio e detriti lasciarono pochissimo tempo per reagire.

La tragedia sollevò immediatamente interrogativi sulla sicurezza del cantiere e sulle responsabilità di chi aveva organizzato e gestito i lavori.

L'inchiesta giudiziaria si protrasse per anni. Nel 1972 il processo si concluse con l'assoluzione degli imputati; anche l'appello confermò l'esito. La vicenda giudiziaria lasciò tuttavia una profonda amarezza tra i familiari delle vittime, ai quali fu addebitata una parte delle spese processuali.

Per molte famiglie, dunque, al dolore per la perdita si aggiunse la sensazione di non aver ottenuto una piena risposta alle domande sulla sicurezza e sulle responsabilità.

Mattmark e la storia dell'emigrazione veneta

La tragedia di Mattmark non può essere separata dalla più ampia storia dell'emigrazione veneta.

I 17 morti bellunesi rappresentano una comunità che aveva fatto dell'emigrazione una strategia di sopravvivenza e di riscatto. Erano uomini abituati alla fatica, alla montagna e al lavoro. Partivano per guadagnare, per costruire una casa, per aiutare i genitori, per dare ai figli opportunità migliori.

La loro esperienza è parte di quella grande epopea migratoria che ha portato milioni di italiani a lavorare oltre confine.

Ma Mattmark ricorda anche il prezzo che molti emigranti hanno pagato.

Come a Marcinelle nel 1956, la tragedia mise in evidenza la particolare vulnerabilità dei lavoratori emigrati, spesso impiegati nei lavori più pesanti e rischiosi. A Mattmark, la componente italiana fu maggioritaria tra le vittime e il Veneto fu una delle regioni più duramente colpite.

Dal dolore alla memoria

Con il passare degli anni, il rischio più grande è che tragedie come Mattmark vengano lentamente dimenticate.

Per questo il compito di un museo dell'emigrazione non è soltanto conservare documenti e fotografie. È mantenere vive le storie delle persone, collegando il passato al presente e permettendo alle nuove generazioni di comprendere cosa abbia significato, per tante famiglie venete, emigrare.

Mattmark appartiene alla memoria del Bellunese, ma anche alla memoria dell'intero Veneto e dell'Italia.

Ricordare quei 17 nomi significa ricordare una generazione di uomini che partì per lavorare lontano da casa. Significa riconoscere il valore del loro sacrificio e, nello stesso tempo, interrogarsi sulle condizioni di lavoro, sulla sicurezza e sulla dignità di ogni lavoratore.

«Morti sotto il ghiaccio, vivi nella memoria»

A più di sessant'anni di distanza, Mattmark continua dunque a parlare al presente.

La memoria di quella tragedia vive nei paesi da cui partirono i lavoratori, nelle famiglie dei caduti, nelle testimonianze dei sopravvissuti, nei documenti conservati dagli archivi e nelle iniziative dedicate alla storia dell'emigrazione.

È anche questo il senso del lavoro del Museo dell'Emigrazione Veneta: custodire una memoria che non appartiene soltanto al passato, ma contribuisce a comprendere il Veneto di oggi.

Nel 1965 quegli uomini partirono dalle loro montagne per costruire, lontano da casa, un futuro migliore.

Il loro futuro si interruppe sotto il ghiaccio dell'Allalin.

Il nostro compito, oggi, è fare in modo che i loro nomi non vengano sepolti dalla neve del tempo.

Fiorenzo Ciotti. Pietro Lesana. Enzo Tabacchi. Giovanni Baracco. Leo Coffen. Igino Fedon. Ilio Pinazza. Rubelio Pinazza. Arrigo De Michiel. Silvio Da Rin. Celestino Da Rech. Giovanni Zasio. Mario Fabbiane. Giancarlo Acquis. Aldo Casal. Lino D'Ambros. Virginio Dal Borgo.

Diciassette nomi. Diciassette vite. Una sola memoria.

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