«Una storia che ci riguarda»: la filosofia del nuovo MEV nel discorso inaugurale del direttore artistico Romeo Pignat

6 Lug 2026

Sabato 4 luglio 2026, in occasione dell'attesa inaugurazione del MEV - Museo dell'Emigrazione Veneta, il direttore artistico Romeo Pignat ha condiviso con il pubblico e le autorità presenti le linee guida e il profondo valore ideale che hanno ispirato la nascita della struttura. Lungi dal voler essere una semplice sequenza di teche e cimeli, il nuovo percorso museale si propone come un vero e proprio "antidoto contro la semplificazione", uno spazio multimediale concepito per stimolare domande e riflessioni sulla complessità del fenomeno migratorio ieri e oggi.

Nel suo intervento, Pignat ha ripercorso le tre tappe chiave del percorso espositivo — Partire, Lavorare, Costruire — allargando poi lo sguardo ai grandi "temi-problema" della nostra contemporaneità, dai cambiamenti climatici alle sfide etiche poste dall'intelligenza artificiale, fino alla delicata realtà dei giovani odierni, spesso ancora «liberi di dover partire» verso un futuro senza ritorno.

Pubblichiamo di seguito il testo integrale del discorso letto dal direttore artistico durante la cerimonia inaugurale.


Grazie a tutti voi per essere qui.

Il mio compito non è sostituire la visita al Museo, che vorrei parlasse da solo o con l'aiuto delle guide.

Piuttosto, spiegare la filosofia che ha ispirato la sua realizzazione.

Raccontare in tre sale una storia che attraversa un secolo, tutti i continenti e più di tre milioni di persone è una missione impossibile.

Per questo, con buon senso, abbiamo cercato di dare a ogni sala una chiave di lettura.

Tre sale, dunque, e tre chiavi di lettura: PARTIRE, LAVORARE, COSTRUIRE.

Tre tappe che accompagnano un percorso umano.

La prima tappa è dedicata al PARTIRE, come momento e come motivazione.
Perché si parte? Con quale bagaglio si parte?
In questa sezione s'inserisce anche "il vecchio Museo dell'ABM", un nucleo di ricordi lasciati da gelatieri e minatori. Non lo abbiamo toccato, per rispetto verso le loro storie. E lo abbiamo collegato al partire. Perché non si parte solo con le valigie. Si portano con sé saperi imparati nella propria terra.

La seconda tappa è dedicata al LAVORARE.  Ai mestieri dell'emigrazione temporanea. E a un'epopea di lavoro fatta di sudore, di rischi, di tragedie, ma anche di successi. Di schei e di morte. Di buona volontà tenuta insieme da un sentimento di famiglia profondamente veneto.

La terza tappa è dedicata al COSTRUIRE, all'inserimento dei veneti nei nuovi mondi, nazioni e continenti. Al contributo materiale e culturale portato in queste realtà. A quell'"abbiamo formato paesi e città" che è un canto di sottofondo dell'emigrazione veneta.

Non c'è una distinzione netta tra questi tre temi che si compenetrano l'uno nell'altro. E non mancano "provocazioni" sparse qua e là, che ci pongono davanti le contraddizioni di una storia complessa e difficile da interpretare a senso unico.

Noi questa storia, senza voler semplificarla, abbiamo comunque cercato di renderla accessibile a tutti, anche con l'aiuto della tecnologia digitale molto presente nel museo.  Con la speranza che chi entra nel MEV ne esca non tanto con risposte, quanto con domande, dubbi e curiosità.

Attraverso il passato, parlare del presente

Non voglio, tuttavia, dilungarmi sugli aspetti tecnici e sui percorsi del museo.

Vorrei, piuttosto, fare una riflessione politica, nel senso etimologico del termine, del significato di polis, di cittadinanza. È una riflessione su alcuni grandi temi e problemi dell'oggi, che sono emersi spontaneamente durante la realizzazione del MEV.

Uno, ovviamente, è l'emigrazione. Non a caso abbiamo scelto come titolo che accompagna il Museo "Una storia che ci riguarda".

Il secondo tema-problema è il riscaldamento climatico. 

L'argomento si è imposto da solo, considerato il clima rovente degli scorsi giorni...
Il clima avrà sicuramente un impatto sulla nostra società e sul lavoro.
Come le crisi economiche, i conflitti e le catastrofi naturali, il clima genererà migrazioni.

I cambiamenti climatici ci pongono davanti alla necessità di reinventare i nostri lavori. I modi di farli. I periodi in cui farli. Pensiamo, per esempio, alle microeconomie nelle nostre montagne.   

La valanga della Marmolada, avvenuta proprio quattro anni fa, il 3 luglio 2022, ci ha insegnato qualcosa con i suoi 11 morti?  

Il terzo punto è l'intelligenza artificiale.

L'intelligenza artificiale è stata nostra compagna di viaggio nella realizzazione del MEV. Ci ha aiutato nell'elaborazione dei contenuti. Ci ha aiutato nella ricostruzione delle immagini. Ponendoci sempre davanti a una domanda: fino a che punto possiamo spingerci? È più falsa un'immagine ricostruita, che azzarda una interpretazione, o un'immagine illeggibile, totalmente rovinata?

"Mettendo a posto" una foto di gruppo di una famiglia veneta in Brasile tra Ottocento e Novecento, l'AI ha trasformato le presunte occhiaie di una signora in presunti occhiali. C'è una bella differenza tra occhiaie e occhiali: non solo estetica, ma soprattutto di significato.
Noi, per questa volta, abbiamo deciso di fermarci alle occhiaie.

Occorre scegliere dove fermarsi.

L'AI, quindi, va usata in un contesto di coscienza culturale, non sempre facilitato dalla velocità cui ci costringono i processi contemporanei. Perché e per chi, soprattutto?    

L'intelligenza artificiale ci pone, inoltre, non solo il problema su come lavorare.
Ma anche su quali saranno i nostri futuri compagni di lavoro.

Cosa è cambiato dal MIM 2013 al MEV 2026?
È cambiato qualcosa di sostanziale: molti lavori, prima impossibili per i costi, sono stati "resi possibili".  Mi riferisco a traduzioni, speakeraggi, illustrazioni. Ma tutto questo è a sua volta un costo che sarà pagato da professionisti che hanno sudato per acquisire le proprie competenze.

Non si tratta, dunque, di adorare o demonizzare una tecnologia.

Si tratta di usarla come strumento, evitando di diventare noi "strumenti dello strumento".
Si tratta, idealmente, d'impiegarla con buon senso e per il bene comune. 

Si tratta di comprenderla: cioè di prenderla insieme, con tutta la sua complessità.

Ecco che cosa hanno in comune i tre grandi temi-problemi del nostro tempo che hanno battuto nella mia testa come tarli in questi giorni: la complessità.

L'emigrazione, in particolare, è un fenomeno estremamente complesso.

Preparando questo museo, mi sono convinto sempre di più che le migrazioni sono una costante della storia umana, di fronte alle continue variabili che generano insicurezza e instabilità, che minano certezze, speranze, libertà. L'emigrazione è un fiume - o come direbbe Luigi Einaudi  una "fiumana di scontenti" - che scorre tra le disuguaglianze.

L'emigrazione, purtroppo, è un fenomeno che da molti viene spesso semplificato, con parole d'effetto come "integrazione", "assimilazione", "remigrazione". O, all'opposto, con formule magiche come "siamo tutti fratelli", dimenticando che la fraternità è una disciplina e una conquista, mai definitiva.

Si semplifica per ignoranza o, peggio ancora, per disonestà.  Per mancanza di scrupoli e di quell'etica che è presupposto indispensabile per cominciare ad affrontare in modo giusto la complessità.  

Realizzare questo museo sull'emigrazione veneta è diventato anche un antidoto contro la semplificazione e contro i luoghi comuni che ne derivano.
Pensiamo, per esempio, alla parola "assimilazione", spesso evocata come soluzione di tanti problemi.

Sono convinto che molti teorici della "assimilazione" giustamente si entusiasmerebbero scoprendo la storia dei coloni veneti che partirono verso il Brasile meridionale nell'ultimo quarto dell'Ottocento. E in quella terra, quasi vergine, trapiantarono le proprie viti, le proprie case, le proprie chiese, le proprie tradizioni.  E a distanza di un secolo e mezzo parlano ancora in taliàn, il dialetto che ricorda un veneto arcaico, con una sonorità brasiliana. Una lingua riconosciuta dallo Stato brasiliano come patrimonio nazionale. Eppure, questa ricchezza in passato è stata messa a rischio proprio dagli "assimilatori". 
Negli anni Quaranta, con la politica nazionalistica di Getúlio Vargas, le cose in Brasile non andavano come oggi. Un emigrato veneto nel Rio Grande do Sul così scriveva nel 1946: "Anche noi siamo stati abbastanza perseguitati. Chi si lasciava scappare qualche parola in italiano… Però io me la sono sempre cavata bene: non ho mai conosciuto la prigione!"

Cosa sarebbe successo se questa tendenza fosse proseguita, per esempio con politiche di remigrazione per discendenti degli emigrati veneti? Forse saremmo diventati campioni del mondo nei Mondiali di calcio negli Stati Uniti del 1994, perché la famiglia Taffarel era da tempo remigrata a Fregona e Claudio Taffarel non avrebbe parato il rigore di Daniele Massaro nella finale Italia-Brasile?

Un altro tema illuminante è l'emigrazione clandestina. Quante volte ho sentito dire: "Noi italiani eravamo emigranti, ma non clandestini".  Eravamo, invece, anche noi clandestini e in tanti.
Nel secondo dopoguerra oltre metà degli emigranti italiani verso la Francia era costituita da clandestini o irregolari. E al cinema, guardando commossi Il cammino della speranza di Pietro Germi, noi italiani tifavamo per i nostri connazionali clandestini.

Non solo siamo stati clandestini, ma in Svizzera ancora negli anni Sessanta-Settanta le famiglie degli emigrati italiani tenevano nascosti almeno diecimila bambini, perché le politiche legate all'emigrazione stagionale ostacolavano il ricongiungimento con i figli.

Ecco cosa scrive la veneta Paola De Martin, della sua esperienza infantile di emigrazione in Svizzera: "Avevo tre anni, le foto di quel periodo mi ritraggono spesso in interni con le tapparelle abbassate, ma nonostante sia trascorso mezzo secolo se chiedo lumi a mia mamma lei si irrigidisce impaurita".

Eppure, forse, sia nella realizzazione del MIM nel 2013, sia in quella del MEV del 2026, le testimonianze che mi hanno colpito di più, anche per la loro frequenza, sono state quelle di molti emigrati veneti che hanno sofferto soprattutto il ritorno in patria, che si sono sentiti foresti a casa propria, messi in competizione da chi e con chi era rimasto.
"Ehi svissero, vien qua", così veniva chiamato un ex emigrato sul posto di lavoro.

E del resto, noi bambini, chiamavamo "aborigeno" il nostro amico Maurizio tornato dall'Australia.  

Nel MEV ci è interessato, soprattutto, dare voce a questa complessità del fenomeno migratorio, con tutte le sue sorprese e contraddizioni.

Abbiamo voluto evitare la retorica delle rappresentazioni estreme: quella per esempio dell'estrema miseria, che sicuramente ha riguardato una fase della grande emigrazione; e quella all'opposto, epica, che rende eroica l'emigrazione, anche con esagerazioni sulle virtù degli emigrati.

Noi, al MEV, abbiamo voluto mescolare le carte.   

Una cosa, tuttavia, va detta: queste rappresentazioni "estreme" dipendono anche dalla peculiarità del Veneto, dalla polarizzazione che ha sempre caratterizzato la regione:

- da una parte Venezia, Verona, Padova, cosmopolite, proiettate nel mondo attraverso l'Adriatico, il Brennero, l'Università;

- dall'altra una campagna raccolta intorno ai propri campanili, tutta casa e chiesa.

Il Veneto è, insieme, terra di polenta infinita e di raffinate spezie orientali.

Dal Veneto sono partite, per estrema necessità, intere famiglie ridotte alla fame, che speravano di trovare oltre oceano gli alberi delle luganeghe, magari confuse con le sconosciute banane.

Dal Veneto, però, sono partiti per curiosità e spirito imprenditoriale anche grandi migranti esploratori come Marco Polo, i Caboto, Pigafetta, o artisti imprenditori come i Tiepolo. Ed è curioso osservare come anche questa "mobilità professionale", di alto livello, in Veneto fosse una questione di famiglia.

Tra questi estremi "romanzeschi" si colloca, tuttavia, una miriade di gradazioni intermedie, come quelle rappresentate dai mestieri dell'emigrazione temporanea stagionale, che è stata una vera e propria strategia di compensazione economica, per chi viveva soprattutto nei difficili territori di montagna. E che ha creato una cultura della mobilità in Europa, molto prima dell'Erasmus.


Mi hanno sempre colpito gli zattieri, professionisti della fluitazione: un mestiere che ha radici storiche nella avanzata economia protoindustriale dell'Arsenale di Venezia, che coinvolgeva tutto il Veneto, dalla silvicoltura in Cadore alla cantieristica lagunare.

Quando finì la stagione d'oro della Serenissima, gli zattieri cominciarono a emigrare all'estero, dalla Romania agli Stati Uniti, ricercati per la loro professionalità.

Oggi, nel semplificare un fenomeno complesso, si arrischiano classificazioni e contrapposizioni di maniera semplici, come quella tra l'emigrazione dei miserabili d'ieri e la cosiddetta "fuga dei cervelli di oggi", tra l'emigrazione come necessità e l'emigrazione come ricerca di opportunità, senza considerare le infinite sfumature tra gli estremi.
Ieri, dal Paese e dal Veneto, partivano anche tante persone intelligenti e competenti, magari analfabeti, ma apprezzati per le loro capacità e i loro mestieri.
Come oggi, i dati lo dimostrano, dall'Italia non partono soltanto i cervelli.

E le partenze aumentano pericolosamente.
Nel 2007, dopo un lungo periodo di immigrazione e di crescita demografica e prima della crisi del 2008, gli espatri di cittadini italiani erano stati 36.299. I rimpatri 36.693, con un saldo migratorio +394.

Nel 2024 gli espatri sono stati 155.732 e i rimpatri 52.508, con un saldo migratorio -103.224.   

Che cosa spinge, dunque, a emigrare, ieri e oggi? C'è un denominatore comune che lega passato e presente-futuro?

Si può emigrare per pura sopravvivenza: perché manca anche la polenta.

Perché non se ne può più di mangiare solo polenta.

Perché si è giovani e si desidera acquistare un'automobile. 
Perché, come oggi, diventa sempre più difficile mettere su casa e avere condizioni stabili per fare famiglia. Come capita sempre più spesso a molti "relativamente" giovani, che scelgono di partire, perché non se la sentono di aspettare il futuro all'infinito, come in una specie di "Deserto dei Tartari".

Si emigra perché "tocca" e quel "tocca" non concerne solo lo stato di estrema miseria. Ha a che fare, in senso più ampio, con lo stato di dignità, il bisogno umanissimo di trovare un lavoro dignitoso e un orizzonte di realizzazione, un respiro di vita necessario come il pane quotidiano.

L'articolo 1 della Costituzione italiana proclama che la nostra Repubblica "è fondata sul lavoro".

L'articolo 35 riconosce la libertà di emigrazione, entro un quadro di tutela del lavoro in tutte le sue forme e applicazioni.In sintesi, riconosce la libertà di trovare il lavoro all'estero, quando manca a casa propria.

Il poeta ed emigrato friulano Leonardo Zanier ha riassunto questo concetto in modo fulminante e geniale: "Liberi di dover partire".


Penso che anche molti giovani che ora partono non siano propriamente "cervelli in fuga", ma piuttosto, oggi come ieri, siano persone semplicemente "libere di dover partire".

In questo partire, tuttavia, c'è una novità preoccupante e sottovalutata, su cui spero di sbagliarmi.

Negli anni dell'emigrazione storica veneta le partenze avvenivano da luoghi che - anche con i loro limiti, le loro miserie e le loro chiusure - erano comunità coese, di cui si sentiva forte il bisogno.

Si partiva dunque con il desiderio e la volontà di tornare a casa, nel proprio paese.

Si mandavano i soldi a casa per far sì che al proprio ritorno si ritrovassero case e paesi più floridi, più sviluppati, più accoglienti.
Le rimesse, sappiamo, sono state il grande motore dell'economia veneta.

La reciprocità tra pari - qualcosa di diverso e forse più spontaneo e profondo dell'odierna solidarietà verso differenti - è stata il cemento delle comunità venete. Il senso di appartenenza a un comune destino. Il sentirsi sulla stessa barca, anche se malandata e sospesa sugli abissi atlantici.  
C'è un commovente video dell'Istituto Luce che mostra il rientro stagionale degli emigrati temporanei a Sernaglia della Battaglia e il trascorrere quel tempo per costruire insieme la casa per un invalido civile. Per poi ripartire, di nuovo, insieme, accompagnati dalla comunità nel giorno di San Valentino.   

Oggi i giovani partono soli da comunità globalizzate, disgregate, che non hanno più il potere simbolico, affettivo, attrattivo dei luoghi dai quali erano partiti i loro padri, nonni, bisnonni. E, nonostante l'illusione che i mezzi di comunicazione odierni ci tengano più vicini, è altamente probabile che molte di queste partenze siano e saranno senza ritorno.  

Viene a mancare, nel partire di oggi, quel sentimento, quel legame insieme fisico e spirituale con le radici così ben espresso da Cesare Pavese ne La luna e i falò: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».

Come ha detto l'ex emigrato Marco Perot, questa mancanza e questa ipotesi di non ritorno sono qualcosa di "stonato". 

E su questo, come direbbe un veneto ben noto, "ragioniamoci sopra".

Ringraziamenti

Prima di congedarmi, un ringraziamento all'Associazione Bellunesi nel Mondo, che ha creduto ostinatamente in questo progetto, resistendo spesso a venti contrari.

Un grazie al presidente Oscar De Bona, soprattutto per aver puntato su giovani che sono la linfa di questa Associazione. Una realtà non comparabile a nessun'altra in questo campo per vitalità d'iniziative.

Un grazie al direttore Marco Crepaz, che è stato la vera anima di questo progetto.

Un grazie a Simone Tormen e a Giulia Francescon, preziosi in questa organizzazione e anche per la realizzazione del Museo.

Questo Museo non capita in un luogo qualunque.

L'Associazione Bellunesi nel Mondo è ancora uno di quei luoghi in cui si cerca di fare comunità, di tenere insieme, come direbbe Italo Calvino, "l'impronta del passato e il progetto del futuro."
Qui gli anziani emigranti, come nonni, raccontano le storie agli scolari delle elementari.
Ma qui hanno anche sede una radio web, un periodico, una biblioteca sull'emigrazione con oltre quattromila volumi, un archivio fotografico che cresce nel tempo e, soprattutto, Belluno Radici Net, un progetto che cerca di mantenere un ponte con la nuova emigrazione, quella dei giovani, con spirito scalabriniano: "Fare patria dell'uomo il mondo". Con la consapevolezza che l'emigrazione e l'immigrazione, gestite con raziocinio e umanità, siano una grande risorsa per tutti noi,

L'Associazione Bellunesi nel Mondo non fa cultura in modo glamour e cosmetico, come "glassatura del vuoto", ma nel senso più costruttivo e autentico, quello del coltivare un terreno comune. 

E, a proposito di cultura, grazie al Ministero della cultura che con questo bando ha sostenuto non solo grandi progetti, ma anche piccoli - ma importanti - progetti periferici.

Un museo non è soltanto un insieme di oggetti o di documenti tra quattro mura. E l'energia che c'è dentro e che qui non manca. Ma che tuttavia ha bisogno di ulteriori risorse per essere tenuta viva.

Spesso, soprattutto a livello locale, le risorse finiscono per alimentare fuochi di paglia, iniziative di moda, dimenticando talvolta chi da anni, con fatica, tiene vivo il proprio fogher, facendo da ponte tra luoghi lontani e tra generazioni. E trattando, come in questo caso, un tema serio, attuale e di grande importanza per tutti noi. Una storia che ci riguarda: l'emigrazione.

Infine, grazie a tutti i collaboratori che hanno contribuito a questo progetto e che invito a venire qui, insieme alla squadra dell'Associazione Bellunesi nel Mondo.

Grazie a Manuela Coassin, mia socia in Primalinea, per il design grafico.

A Mirto Antonel, per il design d'interni.

A Fabio De Salvador, di New Habits E.r.a.r., per la MEVApp e il sito web.

Ad Alex Chiabai e Pietro Cromaz, di Lablur Studio, per la produzione video.
A Samanta Cornaviera, voce del MEV.

A Giulia Francescon, guida e testimonial del MEV. 

Grazie a Mocchi's srl per la realtà aumentata. 

Ad Arte Vetrina snc di Pordenone, con un particolare ringraziamento a Michele Gaiarin per la sua capacità paziente di risolvere problemi.

Grazie a Murer Cantieri Audiovisivi srl, per le tecnologie multimediali che sono parte fondamentale del MEV.
A Full Service srl per la stampa dei pannelli nei grandi formati.
A Neon Friuli per le insegne e il totem, che aiutano a riconoscere il MEV già dalla stazione.

ANCORA GRAZIE A TUTTI VOI, PER ESSERE QUI.

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